Per il primo centenario della sconfitta di Caporetto

In questi giorni, e precisamente tra il 24 ottobre e la metà di novembre, ricorre il primo centenario della sconfitta di Caporetto, una delle pagine più tristi della storia della Prima guerra mondiale.
Come si sa, tale sconfitta fu determinata dall’arrivo di ingenti forze tedesche, che la Germania poté spostare dal fronte orientale dopo la stipulazione della pace di Brest-Litovsk con la Russia bolscevica. Nelle intenzioni degli Imperi Centrali, si voleva perseguire l’obiettivo di mettere definitivamente fuori gioco l’esercito italiano con un’offensiva poderosa e costringere alla “resa” Il Paese per poi rivolgere ogni sforzo sul fronte franco-inglese in territorio francese. Il piano sembrò avere successo nei primi giorni dello sfondamento di Caporetto poiché l’esercito italiano, per sfuggire alla manovra di accerchiamento delle truppe tedesche, si gettò in una precipitosa ritirata abbandonando tutti i mezzi bellici in mano del nemico.  Quando tutto sembrava perduto, emerse nel combattente italiano quella che potremmo definire la forza della disperazione e questo si vide soprattutto nella strenua resistenza opposta all’avanzata nemica sulle rive del fiume Piave e tra le forre e i burroni del monte Grappa. Tale resistenza diede la possibilità ai generali italiani di riorganizzare l’esercito sbandato ed opporsi validamente all’avanzata nemica. In seguito, con la riorganizzazione dei quadri di comando (rimozione del generale Cadorna sostituito dal generale Armando Diaz), la resistenza si trasformò, pian piano, in avanzata che, dopo quasi un anno, porterà alla vittoria definitiva della battaglia di Vittorio Veneto. I Paesi dell’Intesa, segnatamente la Francia e l’Inghilterra, mandarono alcuni reggimenti in aiuto delle truppe italiane, perché consideravano disastrosa anche per loro una sconfitta totale dell’Italia.
Fin qui, il rapido accenno ai fatti militari, ma a questi vanno aggiunte le sofferenze della popolazione civile: profughi e sfollati riempivano le strade, dopo aver abbandonato le loro case e i loro averi per fuggire davanti al nemico che incombeva e recarsi nelle zone sotto la giurisdizione italiana.

A vivere questo dramma furono le popolazioni delle regioni del nord-est, ossia il Trentino Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto.

Dopo cento anni di storia e di alterne vicende, ora tristi ora liete, della Seconda guerra Mondiale che hanno falcidiato non poco i confini del territorio italiano tanto che Caporetto è ubicata in territorio sloveno, le memorie e la disfatta di Caporetto sono consegnate ai libri di storia, ma non hanno spazio come dovrebbero nel cuore dei giovani. Nelle scuole le linee programmatiche, sovente, disattendono gli avvenimenti in questione perché considerati obsoleti o patrimonio di altre dimensioni storiche, che il progresso tecnologico considera non pertinente per lo sviluppo della cultura attuale. Sarebbe augurabile che anche i mass-media dessero maggiore risalto a questi avvenimenti che videro gli sforzi sovrumani prevalere in una lotta immane contro l’invasione del Paese. Sarebbe augurabile che i giovani di oggi conoscessero il sacrificio, l’eroismo, ma anche la paura, il disorientamento dei giovani diciottenni, i famosi giovani del ‘99, chiamati al fronte all’improvviso e senza nessuna preparazione militare e neanche psicologica. Sarebbe augurabile che i giovani di oggi, ma anche tutti quelli che non ricordano il sacrificio di quei grandi che hanno dato la vita per “fare” l’Italia, conoscessero l’inno patriottico più amato dagli Italiani : “La Leggenda del Piave” in cui l’autore ripercorre alcuni momenti della Grande Guerra, ma certamente il verso più noto, quello che fa ancora vibrare le corde più profonde del nostro cuore e della nostra anima e che ci rende orgogliosi di essere italiani e che rimarrà eterno è il seguente:
” Il Piave mormorò: “ Non passa lo straniero”.
E’ il verso che divenne più popolare tra le truppe, tanto che il generale Diaz inviò all’autore un telegramma di congratulazioni in cui diceva: “La vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale”. Sarebbe auspicabile che i giovani di oggi sapessero o si proponessero di andare a visitare il sacrario di Sant’Antonio, costruito su un colle, che custodisce le salme di 7014 soldati italiani.
Il sacrificio e il sangue versato, però, non vengono cancellati dall’oblio e dall’incuria della conoscenza, perché sono fatti concreti che suscitano ancora emozione tutte le volte che si vogliano ripercorrere gli eventi di quegli anni tragici.

Prof.ssa Leonarda Oliva

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