Maestri di strada

Nei giorni scorsi cinquemila studenti hanno sfilato, in segno di solidarietà, nelle strade di Scampia e di molte altre zone della città di Napoli. In testa al corteo alcuni ragazzi mostravano un lenzuolo bianco con su una scritta cubitale “Basta violenze”.  Le migliaia di ragazzi in strada dimostravano, pacificamente, contro le violenze delle baby gang, i giovanissimi che, nelle ultime settimane, hanno colpito inaspettatamente e senza motivo, dei coetanei, con calci, pugni, coltellate.

Il messaggio di solidarietà, rivolto, in particolare, ad Arturo, il diciassettenne liceale che si è salvato per miracolo, a Gaetano, il quindicenne ferito da una banda di giovanissimi, a Ciro, aggredito alla fermata davanti al Policlinico, mostra la ferrea volontà di voler cambiare le cose. I giovani, però, chiedono non repressione, non militari, ma la creazione di istituzioni vicine ai ragazzi.

L’esperienza dimostra, infatti, che la repressione e la forza non danno risultati positivi, cosi come non danno buoni risultati le pur belle e toccanti parole pronunciate, qualche settimana fa, dal ministro Minniti quando, in visita a Napoli, disse: “bisogna liberare i giovani dai modelli negativi e offrire una prospettiva positiva”. Bisogna, invece, partire dalle periferie delle città e rifondare le città stesse, bisogna rimettere al centro la persona, la conoscenza di sé e i legami di solidarietà, solo così si può sconfiggere l’emarginazione e la violenza. Bisogna fornire opportune alternative, bisogna intensificare la lotta alla dispersione scolastica, bisogna educare all’amore, all’altruismo, alla generosità, alla collaborazione creativa, all’integrazione sociale se si vogliono ottenere risultati apprezzabili.

Bisogna mettere in campo strategie nuove e ad ampio raggio e, nello stesso tempo, potenziare quelle che si sono mostrate vincenti, bisogna ripartire dai “Maestri di strada” che, negli anni passati, hanno cercato di operare a stretto contatto con le realtà più difficili del territorio.

Maestro di strada è colui che scende in strada e si mette a disposizione di chi vuole crescere, ”non ponendosi di fronte a lui”, ma cercando di guidarne i passi con cura. Maestro di strada è colui che, con amore, ma anche con fermezza, cerca di capire le emozioni, le ansie, le paure, le debolezze di giovani confusi. Maestro di strada è colui che non ha paura di frequentare luoghi aperti, luoghi senza protezione, è colui che non è protetto da una divisa, ma deve confrontarsi con le necessità e le difficoltà quotidiane. Maestro di strada è colui che sa reiventarsi, che è consapevole che quello che funziona oggi può non funzionare domani. Maestro di strada è colui che sa attuare un’azione permanente e costruttiva così intensa e coinvolgente come quella educativa.

Tutto questo è stato già sperimentato nelle periferie più degradate della città di Napoli, basti pensare al noto “Progetto Chance” che ha messo sul campo insegnanti, pedagogisti, psicologi e si è capito che forse è l’unico modo per poter stabilire un legame con quella parte di giovani che non sta percorrendo la strada giusta, quella che porta verso un ordine sociale basato sulla forza dell’integrazione e sulla pacifica convivenza. Bisogna rendersi conto e prendere coscienza del fatto che ai margini delle città, ma a volte anche al suo interno, esistono realtà dolorose, come quella dei giovani disorientati che, per forze esogene od endogene, non sanno progettare il proprio futuro. Esistono realtà come quella degli emarginati che vivono nei ghetti e nell’illegalità, come quella dei poveri, esclusi o sfruttati. In queste realtà, percorse da forti e violenti emozioni, dove il vivere civile è difficile, l’educazione potrebbe essere l’unica speranza, l’unica ancora di salvezza. Bisognerebbe creare “la scuola della strada”, dove i libri non vengono letti come sui banchi scolastici, ma scritti dai protagonisti, dove gli “esperti” aiutino i ragazzi a rialzarsi, a rimettersi in piedi, guardandoli negli occhi, senza il timore del registro, dell’analisi psicologica o sociologica, del quartiere di provenienza, ma trattandoli “alla pari” e cercando di trovare ciò che c’è di positivo in ognuno di loro. Qualcuno potrebbe dire che la “Scuola della strada” non esiste e che è solo un modo di dire, ma non è vero perché, anche se non ha un indirizzo, anche se non ha una ubicazione, si trova in ogni angolo, in ogni strada, in ogni casa dove risiedono i figli più sfortunati di Napoli o di qualsiasi altra parte del mondo, dove c’è qualcuno che ha voglia di aiutare i ragazzi dopo la “full immersion” in ambienti poco sani e degradati

E’ chiaro, dunque, che è necessario un progetto pedagogico nuovo, capace di spezzare o di allentare le maglie dell’odio, della paura, del consueto, dello scontato e che sia in grado di dar voce a chi non è consentito di usarla. Un progetto in grado di riaprire la fiducia verso il futuro, di far leva su dispositivi psicologici volti a dar voce a chi ha tanto da dire, a chi desidera ed immagina un cambiamento nella propria vita e nella società in cui vive. Per fare ciò è forse necessario partire dalle donne del territorio, creare azioni mirate e di supporto alle giovani madri, attraverso una presa di coscienza che le porti a desiderare una vita migliore per sé e per i propri figli .Bisognerebbe trovare il modo di creare una catena solidale proprio tra le donne del territorio, facendo sorgere in loro la voglia di un cambiamento della condizione esistente e il desiderio di attivarsi  per realizzarlo realmente.

Prof.ssa Leonarda Oliva

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