LA RIVOLTA DEI “GILET GIALLI” FA TREMARE L’EUROPA

E’ ormai una settimana che assistiamo ad un movimento di rivolta in Francia, che vede i comuni cittadini scagliarsi contro le Istituzioni, contro la polizia, contro le vetrine dei negozi lungo le strade principali di Parigi e nelle piazze più famose.

Dal modo di vestire, che sembra uguale per tutti, sono stati chiamati “gilet gialli”.

Contro che cosa protestano?

L’oggetto del contendere non è del tutto chiaro.

In un primo momento pareva che fossero scesi in piazza contro il caro benzina, che doveva essere aumentata di 60 centesimi a litro.

Successivamente hanno preso di mira anche l’eccessivo carico fiscale nei confronti di tutto il popolo francese, il caro vita, la disoccupazione dilagante, la soglia di povertà che diventa ogni giorno più invasiva presso le classi lavoratrici.

Si tratta, quindi, di una vera e propria sommossa contro la politica generale del governo francese, che rischia di estendersi a tutti i dipartimenti del Paese.

Il presidente Macron si è affrettato a fare marcia indietro in merito agli aumenti dei carburanti, ma i gilet gialli non per questo hanno smesso di protestare perché hanno acquisito la consapevolezza che la condizione del popolo francese in campo europeo è quasi simile a quella di altri Paesi d’Europa, come quella della Spagna, della Grecia e dell’Italia.

In altre parole, in tali Paesi che hanno ottemperato alla politica europea di contenimento del deficit pubblico e di austerità si è assistito e si continua ad assistere all’aumento della disoccupazione, alla crisi delle imprese e dell’industria ingenerale, all’aumento del caro vita, alla scomparsa della classe media e al dilagare della povertà.

Al contrario, nei Paesi del Nord Europa tale politica ha determinato e continua a determinare la fortuna delle classi abbienti ed aristocratiche e della classe media.

Tuttavia anche in Germania si cominciano ad intravedere delle crepe all’interno delle classi popolari con difficoltà a cercare lavoro e a guadagnare una retribuzione decorosa.

Per ritornare all’oggetto del nostro discorso, cioè alla situazione francese, non possiamo esimerci dal pensare che, considerando gli eventi storici del passato come quello della grande Rivoluzione di fine secolo XVIII, non crediamo che in quel Paese quanto sta succedendo possa essere messo a tacere in breve tempo: i rivoltosi hanno dalla loro parte il consenso e il plauso del 70 % dei connazionali e hanno piena consapevolezza che la condizione sociale di tutta la nazione deve essere cambiata radicalmente.

La politica di Macron ultimamente si limitava a parlare del clima e dei migranti, sorvolando sulle difficoltà reali della gente, soprattutto dei contadini e degli artigiani della campagna.

Non è corretto condannare questa rivolta con il termine spesso abusato di “populismo”, come fanno alcuni quotidiani anche nel nostro Paese.

Noi siamo convinti, invece, che sulle strade e sulle piazze delle città francesi sta maturando il destino futuro di tutto un popolo e ci auguriamo che serva di lezione alle politiche centraliste europee, che fino a questo momento hanno privilegiato le classi abbienti a discapito delle classi lavoratrici.

Noi ci auguriamo che l’iniziativa dei cugini d’oltralpe si faccia promotrice di rivendicazioni legittime anche in altri Paesi del Sud Europa, come avvenne con la Rivoluzione del 14 luglio.

                                                                                         Prof.ssa Leonarda Oliva

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