La parola può guadagnare il silenzio. Il ruolo della scuola e del docente!

Da più di un secolo la scuola italiana è impostata allo stesso modo, anche se si cerca di attuare, di tanto in tanto, delle riforme che dovrebbero portare a cambiamenti drastici, ma che in realtà risultano palliativi “sic et simpliciter”: lezioni frontali, compiti a casa, studio mnemonico continuano ad essere il centro della didattica.

Mancano, come si può capire, le motivazioni pedagogiche e i nostri figli continuano ad imparare con le stesse vecchie metodologie delle generazioni passate.

Eppure, a nostro avviso, cambiare la scuola si può; creare e proporre un nuovo e vivace dibattito si può.

La scuola, oggi più che mai, deve essere in grado di saper accendere passioni e la passione più grande è quella verso il sapere; la “parola” del docente può guadagnare il silenzio e l’attenzione dei nostri giovani allievi perché il sapere non è lontano dalla loro vita.

E’ necessario, allora, che genitori ed insegnanti cerchino nuove motivazioni.

E’ necessario chiedersi perché la scuola, secondo alcuni, sta rinunciando ad educare i nostri figli e come bisogna rimediare subito.

Oggi la psichiatria sembra aver preso il posto dell’educazione e gli allievi non sono più considerati tali, ma quasi dei “pazienti” per i quali bisogna stilare una diagnosi.

Stiamo assistendo –dice il pedagogista D. Novara- ad un’esplosione di diagnosi neuropsichiatriche nella scuola italiana; i ragazzi vengono spesso bollati con sigle come Pdp, Dsa, Bes, ma prima di diagnosticare a un bambino o a un ragazzo un disturbo comportamentale o dell’apprendimento dovremmo domandarci se, dal punto di vista educativo, è stato fatto tutto il possibile. Prima della terapia deve necessariamente intervenire l’educazione”.

Negli ultimi decenni gli adulti che hanno a che fare con i bambini, genitori o insegnanti, hanno dovuto apprendere una terminologia medico-psichiatrica, prima completamente sconosciuta al mondo scolastico.

Disturbi dell’attenzione, autismo, dislessia, discalculia sono le diagnosi più comuni e le certificazioni sono aumentate a tal punto che molti bambini che un tempo sarebbero stati definiti come turbolenti, indisciplinati, oggi hanno una diagnosi precisa.

Eppure, i conti non tornano: le diagnosi italiane eccedono la media di qualunque nazione europea e l’accelerazione non è in linea con le statistiche internazionali.

Cosa sta succedendo?

Con le competenze di esperto dell’educazione, Novara ci propone una risposta semplice, ma sconvolgente: stiamo sostituendo la psichiatria all’educazione.

In una scuola e in una società che stanno abbandonando la loro missione fondamentale, ossia formare le nuove generazioni, è diventato più semplice definire malato un bambino che non riusciamo ad educare.

Troppo spesso ormai si preferisce la terapia all’educazione.

Eppure, attraverso percorsi già sperimentati, è possibile opporsi a questa deriva, se solo si riesce a recuperare la missione primaria delle famiglie e dei docenti.

Queste due maggiori istituzioni dovrebbero recuperare il loro ruolo.

Un ruolo forte e necessario che chiama proprio tutti, genitori, docenti, medici, terapisti a un lavoro comune il cui unico obiettivo dovrebbe essere quello di recuperare il senso vero dell’educazione.

Solo in questo modo si riuscirebbe a restituire ai bambini, ciò di cui spesso sono privati e di cui hanno bisogno, ossia la scuola e la società.

La cosa più importante che non bisognerebbe mai dimenticare nel rapporto genitori-figli e docente-discente è che un bambino non può e non deve essere trattato come un adulto, sarebbe un grave errore, diamo sfogo al loro “pensiero magico”, permettiamo ai bambini di stare con i bambini  e non permettiamo che un adulto si sostituisca al gioco fra loro, poiché è un momento educativo irripetibile.

E’ fondamentale, inoltre, aiutare i bambini a rendersi autonomi e a non reprimere o respingere la loro voglia di  ”fare da soli” poiché, fin da piccoli, l’autostima si costruisce in modo direttamente proporzionale alla possibilità che si ha di esprimere le proprie risorse e le proprie potenzialità.

L’adulto, genitore o insegnante, deve tenere presenti le dinamiche giovanili, deve “saper ascoltare” il bambino, deve saper guidarlo con strumenti adatti ed adeguati. Deve saper stabilire regole condivise e chiare.

Ci piace concludere affermando che l’educazione è la più grande risorsa di cui dispongono i genitori e non ha bisogno di farmaci né di terapie: è sufficiente che, con chiarezza e semplicità, si stabiliscano alcune semplici regole di vita quotidiana e che i genitori diventino una risorsa per i figli.

                                                                                     Prof.ssa Leonarda Oliva

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