L’8 settembre 1943: tragedia e riscatto di un popolo che vuole rinascere (una pagina della nostra storia che gli Italiani non devono dimenticare).

Il 1943 è l’anno cruciale della Seconda guerra Mondiale. Sul fronte orientale l’Armata Rossa riporta una importante vittoria, quella di Stalingrado, mentre, le truppe Italo-tedesche, in Africa, vengono sbaragliate. In Italia gli scioperi, il bombardamento su Roma, la caduta del Fascismo, l’arresto del duce portano il Paese al tracollo. La guerra è persa su tutti i fronti, ma l’improvviso annuncio alla radio da parte del maresciallo [pullquote]l’annuncio di Badoglio[/pullquote]Badoglio, in una tarda serata di fine estate, di un Armistizio concluso con gli Alleati, porta una grande euforia negli animi degli Italiani.
Sono le 19,43 dell’8 settembre, la guerra imperversa già da alcuni lunghi interminabili anni, la gente è quasi tutta in casa, solo poche persone si vedono nelle strade deserte. Le donne, in cucina, cercano di mettere sulla tavola le poche provviste a disposizione; i ragazzi, ancora nel cortile, giocano aspettando il grido della mamma che annunci che la cena è pronta. E’ un mercoledì sera come tanti altri, pieno di tristezza, di sofferenza, quando all’improvviso il suono delle campane a festa squarcia l’aria…. “ E’ l’armistizio…… è l’armistizio” urlano gioiose più voci. “E’ finita la guerra!!! E’ finita… ha parlato Badoglio!!!” rispondono altre. La gente in festa invade le piazze; le case, buie per troppo tempo, si illuminano; i contadini accendono le stoppie sulle colline. L’euforia e la gioia invadono tutti, hanno il sopravvento anche sui più scettici. Eppure Badoglio nel suo ambiguo annuncio aveva detto: “Italiani… la guerra continua…. Si serrino le file intorno a sua maestà il Re ed Imperatore…viva l’Italia, viva il Re”.
Per un attimo gli Italiani hanno dimenticato i Tedeschi, per un attimo si sono illusi che forse sarebbero rimasti a guardare quel “popolo di zingari” (come più volte li aveva definiti dal Fuhrer). Solo all’alba, al chiaror del mattino, appare la cruda realtà: con tute mimetiche, i mitra puntati, le bombe a mano infilate negli stivali, i Tedeschi incutono una paura atavica. E’ il panico, il caos ovunque. I nostri soldati aspettano ordini che non arrivano. Il re, il principe Umberto, il maresciallo Badoglio appena nominato capo del governo, sono in fuga. Il 9 settembre il Quirinale è vuoto, non c’è nessuno. L’Italia affonda, l’esercito, che avrebbe dovuto difendere la patria, si disperde; intanto le prime colonne di soldati catturati vengono spediti presso le stazioni ferroviarie con destinazione i lager o, se fortunati ,le fabbriche, le industrie, i campi tedeschi.
L’Italia viene inesorabilmente occupata. I Tedeschi disarmano, uccidono, deportano migliaia di soldati, colti[pullquote]l’occupazione[/pullquote] di sorpresa e abbandonati dalle Istituzioni. Le strade si riempiono di persone che non sanno cosa fare. Chi ci riesce butta la divisa e fugge verso casa. Il mio papà, appena ventenne, in quel nove settembre abbandona, come tutti gli altri, la caserma di Saluzzo (Piemonte) e cerca di ritornare a casa. Non si davano più ordini, non c’erano superiori, tutti improvvisamente erano scomparsi. I capi politici e militari italiani avevano abbandonato i loro soldati!
Un esercito, in piena guerra, si era dissolto come neve al sole. Tutto è perso: l’esercito, la patria, l’orgoglio, l’antica grandezza italiana. In quel caos, in quella terribile confusione l’unico aiuto venne dalla gente che cercava di fornire, a quei giovani ragazzi impauriti e in fuga, cibo, abiti borghesi, consigli.
In poche ore all’ordine si era sostituita l’anarchia, il caos, la disperazione, la lotta per la sopravvivenza. Ovunque si notava la paura di molti, ma anche il coraggio di altri. In quei giorni di fine estate l’Italia si disintegra, quell’Italia, che credeva di essere un Paese vero, affonda inesorabilmente. Tutto sembra essere perso, ma è proprio dai momenti critici, dai momenti di maggiore disperazione che le menti si affilano e si trova la forza di rialzarsi.
L’Italia, spaccata in due, si organizza soprattutto nel Nord e nel Centro. Si forma il CLN che chiama tutti gli Italiani, bramosi di combattere, ad unirsi, di darsi alla macchia e formare brigate di partigiani combattenti. Si prendono contatti con i comandi Alleati e si chiede loro medicinali, cibo, armi.
E’ la riscossa della guerra partigiana che dà non poco filo da torcere ai Tedeschi e, alla fine, riesce a liberare il Paese e a costringere gli odiati invasori alla fuga.
Quando finalmente arrivano gli Alleati trovano la strada spianata: è il fatidico 25 aprile che celebra la liberazione del Paese e il tripudio di tutti gli Italiani.
Prof.ssa Leonarda OLIVA

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